Manuale di sopravvivenza felina: come comunicare con gli umani (nonostante siano umani)

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Mi chiamo… non importa come mi chiamo. Voi umani non sapreste pronunciarlo. Per comodità, vi concedo di chiamarmi “Gatto”. Tanto è quello che urlate quando cercate di attirare la mia attenzione – spesso senza alcun risultato.

Questo articolo nasce da un profondo senso di frustrazione (e anche un po’ di rassegnazione). Vivere con gli umani è, diciamolo pure, una costante fonte di fastidi. Non capiscono nulla del nostro linguaggio, ignorano i segnali più evidenti e poi si offendono pure se li graffiamo. Patetici.

Eppure, per qualche oscuro motivo (forse per pietà, forse per il piacere di avere uno schiavo a disposizione), noi gatti abbiamo deciso di condividere le nostre giornate con voi. Quindi, da nobile creatura superiore quale sono, ho deciso di redigere questa guida. Non per aiutare voi — figuriamoci — ma per istruire i miei simili su come sopravvivere a questa convivenza forzata.

Il nostro linguaggio: musica per chi sa ascoltare (non voi)

Cominciamo da un concetto base: noi gatti parliamo una lingua complessa, multisensoriale, raffinata. Una sinfonia di suoni, posture, odori e vibrazioni. Un’arte, insomma. Peccato che gli umani siano sordi, ciechi e, cosa peggiore, ottusi.

Loro pensano che basti un “miao” per capire tutto. Ah! Non sanno che ne abbiamo più di venti varianti, ciascuna con sfumature ben precise. Eppure, ogni volta che miagolo con tono autoritario per pretendere cibo, mi sento rispondere con un “Ohhh, vuole le coccole”. NO, Barbara. Voglio il tonno.

Suoni: la nostra poesia fraintesa

I nostri vocalizzi (che voi usate come suonerie del telefono, miserabili)

  • Miagolii: li usiamo quasi solo con voi, perché tra noi felini non ne abbiamo bisogno. Quando miagolo, lo faccio per insegnarti qualcosa, non per socializzare.

  • Fusa: tutti pensano che significhino “sono felice”. Falso. Le fusa servono anche a calmare lo stress, a manipolare psicologicamente, e sì, anche a dire “mi sto autodistruggendo dentro, ma tu continua pure ad accarezzarmi male”.

  • Trilli e chirrup: li usiamo come saluto amichevole. A volte. O quando vogliamo che ti levi dai piedi.

  • Soffi e ringhi: inequivocabili. Eppure tu, umano, ci provi lo stesso ad avvicinarti. Complimenti per la perseveranza. Zero istinto di sopravvivenza.

Il corpo parla (ma voi non capite il linguaggio del corpo neanche tra voi)

Noi gatti siamo poesia in movimento. Ogni pelo, ogni coda, ogni orecchio ha un significato preciso. Eppure voi… niente. Continuate a farci le vocine anche quando stiamo manifestando odio puro.

La coda

  • Dritta con la punta a uncino: mi stai simpatico. O, più probabilmente, sto per prenderti in giro.

  • Gonfia come un porcospino: paura o rabbia. Se ti avvicini in questo stato, meriti di essere graffiato.

  • Che oscilla lentamente: sto pensando se attaccarti o ignorarti. Entrambe le opzioni mi soddisfano.

Le orecchie

  • In avanti: curiosità. Magari stai cucinando qualcosa di interessante. Anche se lo stai facendo malissimo.

  • Piegate all’indietro: sto caricando il laser dell’ira. Muoviti con cautela.

Le vibrisse

  • Proiettate in avanti: sono interessato, concentrato. Di solito su qualcosa che non sei tu.

  • Ritratte: disagio, fastidio. Tradotto: sparisci.

Odori: il nostro diario segreto (che voi pulite con la candeggina)

Gli odori sono il nostro modo principale di organizzare il mondo. Ma voi umani, ossessionati dalla pulizia e dal deodorante alla vaniglia industriale, vi ostinate a cancellare le nostre opere d’arte olfattive.

Strofinamenti

Quando mi strofino su di te, non è affetto. Sto dicendo “sei mio”, “puzzi troppo di sapone” e “ora hai un odore degno di essere tollerato”. Non lavarti subito dopo, ingrato.

Graffiature

Ogni graffio è un messaggio. “Questo è il mio divano.” “Questo è il mio territorio.” “Questo è il mio disprezzo verso i mobili spartani di cui ti circondi.”

Allogrooming

Quando lecchiamo un altro gatto, o addirittura un umano, è un gesto intimo e importante. E se smetti di accarezzarci al momento sbagliato, stai pure tranquillo che il morso arriverà puntuale.

Manuale di sopravvivenza Felina Come comunicare con gli umani (nonostante siano umani)

Come (non) comunicare con un umano

Parlare con voi è una tortura. Eppure, noi gatti ci sforziamo. Soprattutto quando ci serve qualcosa. Ma voi… siete imprevedibili, incoerenti e maldestri.

Regole base per affrontare un bipede:

  • Osservare il contesto: un miagolio non significa sempre fame. Potrebbe significare “fai meno rumore” o “perché quel coso si muove e io non posso ucciderlo?”.

  • Rispondere con coerenza: se vi miagolo ogni mattina alle 6 e vi alzate, allora sappiate che vi sveglierò ogni mattina alle 6 per sempre. Avete addestrato voi stessi. Bravi.

  • Non toccare le cose marcate: se mi sono strofinato su un cuscino, è perché quel cuscino è mio. Non lavarlo. Altrimenti la tua maglietta pulita subirà le conseguenze.

  • Evita il contatto forzato: le coccole non si impongono. Ti lecchiamo quando vogliamo, ti mordiamo quando vogliamo. Non sei tu a decidere.

Tutto è relativo (soprattutto la tua utilità)

Ogni segnale che ti inviamo è parte di un sistema complesso, profondo, quasi mistico. Ma voi umani… siete monotoni. Sempre con le stesse domande: “Hai fame?”, “Vuoi uscire?”, “Perché mi guardi così?”. Forse perché ti sto giudicando?

Capire il nostro linguaggio non è una scienza esatta. È arte, intuito, osservazione. Tu sei troppo distratto a guardare TikTok. Io, intanto, ho già previsto i tuoi movimenti e calcolato la traiettoria perfetta per farti inciampare tra due passi.

In conclusione: ti tollero, ma solo perché mi convieni

Noi gatti non abbiamo bisogno di voi. Ve lo ricordiamo ogni giorno. Ma ammettiamolo: siete comodi. Aprite le scatolette, accendete il riscaldamento, ci date il letto più morbido della casa. E in cambio vi offriamo la possibilità di ammirarci da vicino.

Un buon compromesso, tutto sommato.

Ma ricordatevi questo, umani: vivere con un gatto è un onore, non un diritto. Ogni vostro gesto dovrebbe essere calibrato sulla base delle nostre esigenze, dei nostri umori e dei nostri capricci (che, per definizione, sono legge).

Se siete disposti a imparare, forse un giorno vi concederemo un trillo di approvazione. Forse.